Il vampiro di Bergamo

Vincenzo Verzeni, passato alla storia come lo “il vampiro di Bergamo”, è da considerarsi il primo serial killer di cui si ha notizia precisa e dettagliata in Italia. Comincia a colpire già all’età di 18 anni e, fortunatamente, a soli 22 anni viene catturato e assicurato alla giustizia. L’uomo, nato nel 1849 a Bottanuco, nel bergamasco, è alto 166 cm per 68 chili di peso. Di robusta costituzione è un ragazzo docile, silenzioso e solitario. Sempre gentile, apparentemente innocuo, è ben lontano da essere quello che sembra. Verzeni viene da un ambiente familiare disagiato: un papà violento che nei suoi frequenti stati di ebbrezza picchia moglie e figlio, una madre remissiva e bigotta, i soldi che non ci sono mai. In questo difficile contesto Vincenzo non può assolutamente coltivare relazioni interpersonali con ragazze della sua età e il rispetto, obbligato, nei confronti di questo padre padrone lo costringe a rinchiudersi in se stesso. La rabbia, alimentata dalla sua frustrazione e dai risentimenti un giorno improvvisamente esplode, creando il panico nelle campagne bergamasche per un periodo che va dal 1870 al 1874. La sua prima vittima fu Giovanna Motta di 14 anni. La giovane si stava recando a Suiso da alcuni parenti, quando fu aggredita da Vincenzo. La poveretta non giunse mai a destinazione e scomparve misteriosamente come inghiottita nel nulla. Il corpo fu rinvenuto quattro giorni dopo e presentava orrende mutilazioni. Il cadavere era completamente nudo, scempiato e lacerato, senza viscere. La ragazza ha inoltre molta terra in bocca ed è priva degli organi sessuali. Il collo presenta molti morsi e su un masso, accanto alle martoriate spoglie, vengono rinvenuti ben 10 spilloni disposti a raggiera. Verzeni non si accontenta di questo omicidio, ma agisce nuovamente appena se ne presenta l’occasione. La seconda vittima è Elisabetta Pagnoncelli; è il 1872. Il suo cadavere viene ritrovato scannato, con morsi e graffi ovunque. Insomma, un rituale vampirico molto simile a quello usato per uccidere la Motta. Tra i 2 omicidi portati a compimento, il Verzeni non resta con le mani in mano ma cerca, senza riuscirci, di uccidere altre donne per dissetarsi del loro sangue. Nel 1867 afferra alla gola la cugina Marianna durante il sonno, ma la giovane grida e Verzeni è costretto a fuggire. Nel 1869 Barbara Bravi viene avvicinata da un individuo che l’aggredisce. Grazie alle sue urla, l’assalitore fugge. Pur non riuscendo a vedere bene l’uomo, la signora Bravi non esclude che possa trattarsi del Verzeni. Nel 1869 Margherita Esposito viene assalita da una persona che lei identifica come Verzeni. La donna reagisce colpendo l’aggressore e, casualmente, il serial killer nello stesso giorno verrà visto con la faccia gonfia. Sempre nel 1869, Angela Previtali viene colpita e trascinata in una strada isolata ma alla fine Verzeni la libera mosso da compassione. Il 10 aprile del 1871 tocca a Maria Galli importunata da un individuo che lei riconosce come Verzeni. Il 26 agosto 1871 la signora Maria Previtali viene spinta, gettata a terra e presa alla gola. Invitata a indicare il suo aggressore, Maria riconosce l’uomo come colpevole. Verzeni scampa comunque alla condanna a morte per fucilazione, grazie al voto favorevole di un giurato e viene quindi condannato ai lavori forzati. Durante il processo l’imputato dichiara:
Io ho veramente ucciso quelle donne e ho tentato di strangolare altre perché provavo in quel modo un immenso piacere“.
I corpi riportavano i segni non prodotti con unghie, ma bensì con i denti, lui stesso afferma:
Le graffiature che si trovarono sulle cosce non erano prodotte con le unghie ma con i denti perché io, dopo averla strozzata, la morsi e ne succhiai il sangue che era colato, con la quale godei moltissimo“.
Vincenzo Verzeni non regge a lungo ai lavori forzati e, il 13 aprile 1974, viene trasferito in un manicomio giudiziario ma le “cure estreme” ricevute, come il totale isolamento nell’oscurità, docce gelate fatte cadere sul capo da un’altezza di 3 metri, alternati a bagni di acqua bollente o scariche elettriche di varia entità, lo fanno chiudere in un mutismo impenetrabile, sino al 23 luglio 1874 quando viene ritrovato impiccato nella sua cella. Il corpo di Verzeni verrà rinvenuto penzolante contro il muro, con indosso solo le ciabatte e le calze, appeso per il collo a una fune attaccata all’inferriata. Cala così il sipario sull’esistenza di Vincenzo Verzeni, riconosciuto come un vampiro sadico e spietato che uccideva spinto da motivazioni sessuali; prerogativa di un serial killer affetto da gravi handicap psicologici e turbe della sfera affettiva. A stillare il profilo psicologico fu il dottor Cesare Lombroso considerato il padre della criminologia moderna che diede il via a quell’analisi scientifica che porterà, successivamente gli americani, a classificare i “serial killer” come omicidi che uccidono almeno due persone agendo in intervalli di tempo più o meno brevi.

Un pensiero su “Il vampiro di Bergamo

  1. Mi chiedo: ma le donne da lui importunate, che lo avevano riconosciuto (alcune senza dubbio, altre con un margine di incertezza) non lo potevano denunciare? Far arrestare? Specialmente dopo che c’erano già stati alcuni omicidi di donne.

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